IL SINDACATO DEVE ALZARE LO SGUARDO*

L’ultimo Consiglio nazionale della Fnsi ha dato il via ufficialmente al percorso che porterà il sindacato dei giornalisti italiani al congresso, il trentesimo della sua storia (dal 23 al 25 febbraio 2027 a Napoli).

Si tratta di un passaggio che porta inevitabilmente a fare i primi bilanci di quasi tre anni e mezzo trascorsi dal congresso di Riccione, e anche a pensare a qualche progetto per il futuro.

Al congresso di Riccione, nel febbraio del 2023, la categoria aveva appena incassato la botta della fine dell’Inpgi, sopravvissuta solo per i giornalisti autonomi, un elemento che, oltre a dare molte meno certezze e maggiori difficoltà per i colleghi nell’accedere alle informazioni e all’assistenza, di fatto dava un colpo all’unità della categoria e anche alle certezze economiche del Sindacato.

Proprio su questo la Federazione ha lavorato fin dai primi giorni del nuovo mandato, limitando le spese, investendo oculatamente le risorse a disposizione, riuscendo a mantenere i bilanci in attivo e anche ad aiutare economicamente le associazioni in difficoltà.

L’impegno principale però è stata la ripresa della trattativa sul contratto, documento che rappresenta sempre la chiave di volta per l’unità della categoria, ma che non viene rinnovato da più di 10 anni, con una perdita del potere d’acquisto degli stipendi superiore al 20 per cento. Fin dalle prime settimane la Federazione ha aperto un tavolo di trattativa con la Fieg che però è apparsa da subito poco interessata a lavorare sul futuro e molto di più a tagliare ulteriormente i costi.

I punti critici sono stati soprattutto i contratti per i colleghi più giovani, su cui gli editori chiedevano ulteriori tagli alle retribuzioni e un peggioramento delle condizioni di lavoro per concedere aumenti, peraltro molto ridotti, al resto della categoria: su questo tema, invece, il Sindacato ha tenuto duro, ritenendo inaccettabile far pagare incrementi di stipendio, peraltro molto ridotti, ancora una volta ai giovani colleghi, già pagati pochissimo e sottoposti a enormi carichi di lavoro nelle redazioni. L’attuale situazione sta già provocando un’evidente crisi di vocazioni per questa professione, e un ulteriore peggioramento potrebbe disgregare in modo irrecuperabile la professione. Non si può pensare di far crescere la categoria penalizzando i giovani colleghi.

Al di là delle rivendicazioni economiche, ci sono poi questioni fondamentali per il futuro (e ormai per il presente), della professione, come l’organizzazione del lavoro e l’uso dell’intelligenza artificiale nelle redazioni. L’AI è uno strumento che si sta diffondendo attualmente senza regole: potrebbe essere un concreto aiuto per migliorare la qualità del lavoro dei giornalisti se usata consapevolmente all’interno di un sistema, se non di regole, perlomeno di principi generali, ma gli editori, appellandosi al segreto industriale, si sono sempre rifiutati di mettere sul tavolo il tema dell’AI, che probabilmente vedono più come un mezzo per ridurre ulteriormente il personale piuttosto che come un’opportunità per migliorare la qualità dell’informazione.

Si tratta di questioni cruciali, a mio modesto parere fondamentali tanto quanto i temi economici, ma che, per ora, sembrano essere rimasti fuori dalla trattativa. Il confronto ha anche portato, vista la rigidità delle posizioni degli editori, a ben tre giornate di sciopero, con una partecipazione larga e appassionata da parte dei colleghi, che hanno dimostrato che il mondo del giornalismo c’è, e ha ancora una sua identità e voglia di sottolineare il proprio ruolo nell’informazione e nella difesa della democrazia del paese.

C’è ancora qualche mese di tempo per arrivare almeno a un accordo economico ponte, ma la situazione, perlomeno al momento, non sembra molto favorevole, e nemmeno il decreto primo maggio, che sembrava poter portare qualche soldo in più nelle buste paga, sembra aver per ora spostato i termini del confronto, mettendo addirittura in discussione i principi base della rappresentanza sindacale.

Alla luce di quanto avvenuto negli ultimi tre anni e mezzo, e in vista del prossimo congresso, è naturale chiedersi se non siano da ripensare larghe parti del sistema di rappresentanza del Sindacato unitario dei giornalisti italiani. Per trattare con degli editori che sembrano insensibili a ogni esigenza di rinnovamento del lavoro e di qualità dell’informazione, sarà probabilmente necessario trovare anche altre forme di protesta, nuove e più adatte ai tempi, costruire una nuova struttura del sindacato, ma soprattutto, sarà necessario, se il Sindacato vuole essere il sindacato di tutti i giornalisti, aprire la FNSI e le Associazioni altre forme di giornalismo che al momento sfuggono agli organismi di categoria, ma che rappresentano una parte ormai importante e in prepotente crescita. Questa è un’esigenza di cui si parla da tempo fuori e dentro la Federazione, e che è emersa in modo evidente anche nell’ultimo Consiglio Nazionale.

L’iscrizione all’Ordine dei giornalisti (prima come pubblicista e poi come professionista), che per la mia generazione era un punto d’arrivo, un risultato in sé, ora non viene più ritenuta necessaria da molti de giovani colleghi che o s’iscrivono senza capire lo scopo delle organizzazioni di categoria, o non s’iscrivono per scelta, oppure (e non sono casi isolati) ignorano completamente l’esistenza e le funzioni degli organismi di categoria. Ci si può interrogare sui motivi, e sicuramente molte responsabilità vanno attribuite alla categoria, che in questi decenni non ha saputo intercettare, capire e dar voce alle nuove forme di giornalismo all’interno dei suoi organismi, ma, al di là delle responsabilità, al momento è vitale recuperare il tempo perduto, e chiedersi abbia senso un Sindacato che non parli e non includa quei giovani colleghi e colleghe che fanno ogni giorno questo mestiere, iscritti o meno alle organizzazioni di categoria: a mio parere un passo in questo senso va fatto.

Un primo momento per porre la questione potrebbe essere proprio il congresso di Napoli: al momento non è stato pensato come un congresso statutario, e il tempo non è nemmeno molto per pensare a una riforma ponderata e attuabile, ma credo che uno sforzo si debba fare per avviare un processo di trasformazione che porti la categoria a smettere d’inseguire il cambiamento e a dettare regole e tempi del nuovo giornalismo.

* Alessandro Martegani, Componente della Giunta Esecutiva Fnsi e segretario Assostampa FVG